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Scoperto le talpe di Matteo Messina Denaro. In manette un ufficiale della Dia e un carabiniere

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Accuse pesanti per il tenente colonnello Marco Zappalà, un ufficiale dei carabinieri in servizio alla Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, e per Giuseppe Barcellona, un appuntato dell’Arma che lavora alla Compagnia di Castelvetrano, la città della primula rossa di Cosa nostra.

Con loro è stato arrestato anche l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, già condannato per traffico di droga e poi diventato un confidente dei servizi segreti: è accusato di aver fatto da tramite e passato a un boss la trascrizione di un’intercettazione.

Una catena delle talpe che è stata scoperta dai carabinieri del Ros: il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi e l’aggiunto Paolo Guido contestano adesso le accuse di rivelazione di notizie riservate, favoreggiamento e accesso abusivo a un sistema informatico.

Ricostruzione accolta dal giudice delle indagini preliminari Piergiorgio Morosini, che ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare, accogliendo la ricostruzione dei sostituti procuratori Pierangelo Padova e Francesca Dessì.

E ora si apre uno scenario inquietante:

Quante altre informazioni riservate sull’indagine Messina Denaro erano già filtrate? E cosa si nasconde dietro gli uomini delle istituzioni accusati oggi di essere le talpe dei boss?

L’inchiesta

Il tenente colonnello Marco Zappalà era ritenuto fino a ieri uno degli investigatori più fidati dell’antimafia, si era anche occupato delle indagini riservate sulle stragi Falcone e Borsellino. Questa mattina, sono stati i suoi colleghi della Dia di Palermo ad arrestarlo, in ufficio.

Il sottufficiale dei carabinieri di Castelvetrano aveva anche lui una lunga esperienza di indagini antimafia, era incaricato di seguire alcune delicate intercettazioni disposte dalla procura di Palermo, proprio una di queste è stata svelata in tempo reale ai clan.

E poi c’è il mistero Vaccarino: nel 2007, l’ex sindaco di Castelvetrano era stato ingaggiato dal Sisde allora diretto dal generale Mario Mori per la più riservata delle operazioni.

Per qualche tempo, aveva intrattenuto una corrispondenza fatta di pizzini con Messina Denaro.

“Per provare a giungere alla sua cattura”, disse lui ai magistrati di Palermo quando lo indagarono per concorso esterno in associazione mafiosa dopo averlo intercettato causalmente nel corso delle indagini sul latitante.

E i servizi segreti confermarono. “E’ un nostro infiltrato”. Così l’inchiesta venne archiviata.

Il giallo

Ma davvero Antonio Vaccarino lavorava per lo Stato? Oppure faceva il doppiogioco, ancora una volta per alimentare i suoi contatti con Messina Denaro? Ripercorrendo nuovamente questi eventi, va ricordato un dato di cronaca intervenuto più di recente su quel direttore del Sisde che allora curò l’operazione Vaccarino-Messina Denaro: Mario Mori, oggi generale del Ros in pensione, è stato condannato in primo grado a 12 anni nel processo Trattativa Stato-mafia.

La trattativa che dopo la strage Falcone, tre ufficiali del Ros (Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, tutti condannati) avrebbero messo in campo con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino: “Per fermare le stragi”, hanno sempre sostenuto loro. “Invece – è la tesi dell’accusa – fecero da tramite fra le richieste di Riina e lo Stato”. Il processo d’appello inizierà il 29 aprile.

Intanto

Continuano ad essere tante le domande che avvolgono la latitanza del capomafia di Castelvetrano che conosce i segreti delle stragi e della trattativa, perché all’epoca era il “figlioccio” di Salvatore Riina, il capo dei capi: dal 1993 delle bombe di Roma, Firenze e Milano, Matteo Messina Denaro – condannato all’ergastolo – è diventato imprendibile.

Probabilmente, per le protezioni di cui gode ancora all’interno di alcuni ambienti delle istituzioni

redazione 17-04-2019

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