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DANTE NON E’ PEPPA PIG

Mala tempodantera currunt. Chiusi nelle nostre case, con la paura del virus e l’incertezza di una quarantena che non sappiamo quanto durerà, il “Dantedì” – il giorno dedicato alla memoria del Sommo Poeta, il 25 marzo appunto – non può essere quello che avremmo voluto, anche se può, invero, diventare occasione di riflessione, inducendoci, se non altro, a considerare che dopo la “selva oscura”, il faticoso viaggio attraverso le “genti dolorose” e poi su per la montagna dalle sette balze, c’è un approdo, una Luce, una Grazia, un Amore “che muove il sole e l’altre stelle”. Lo so, lo schema può apparire scopertamente oratorio e convenzionalmente didascalico, ma è attorno alla “banalità” delle cosiddette domande di senso che si dipana l’esistenza, e su di esse Dante costruisce il suo capolavoro.
Vero è che il politicamente corretto non ha risparmiato neppure la Commedia e così l’associazione “Gherush92”, una organizzazione di ricercatori e professionisti che svolge progetti di educazione allo sviluppo e ai diritti umani, accreditata presso l’ONU, ha definito, qualche tempo fa, il poema dantesco profondamente offensivo, razzista e antieducativo. La Divina Commedia conterrebbe soprattutto accenti islamofobici: «Nel canto 28° dell’Inferno – si legge in articolo del Corriere.it ripreso dal sito studentesco Scuolazoo – Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l’Islam come una eresia. Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano, in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti, tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un’offesa». Il capolavoro di uno dei più grandi geni dell’umanità andrebbe per questo espunto dai programmi scolastici, perché sarebbe antisemita, omofobo e islamofobo. Insomma, come Peppa pig in Inghilterra!
Ovviamente, poco importa la contestualizzazione storica e poco importa se il Poema è stata tradotto in tutte le lingue del mondo, arabo compreso, ed è un’opera universalmente apprezzata. La traduttrice persiana Farideh Mahdavi-Damghani, che da anni vive a Ravenna e che ha curato l’edizione in parsi sia de La vita nuova sia della Divina Commedia, ha dichiarato: «La gente in Persia non conosceva Ravenna, non sapeva che è la città in cui è sepolto Dante, ma vedendo tutto quello che io amo fare per questa città, leggendo le mie traduzioni, il pubblico persiano ora conosce Ravenna. C’è questo paradosso: siamo lontani dal punto di vista culturale, ma nello stesso tempo siamo molto vicini: le credenze sulla famiglia, sull’emotività, sull’amore per la poesia e la letteratura, cose primordiali che forse per altri paesi hanno minore importanza, sono molto simili in Italia e in Persia. Quindi si può dire che gli italiani somigliano ai persiani».
Ciò non pertanto, l’ineffabile associazione islamofila può stare tranquilla, giacché sono sempre di meno i docenti che fanno studiare ancora il “Padre Dante” – come affettuosamente lo chiamava la Merini – o quelli che, come me, pretendevano addirittura che alcuni canti fossero imparati a memoria!
Insomma, nonostante il successo mediatico della lectura Dantis di Benigni – una lettura che, sia detto per inciso, fece venire il voltastomaco al compianto Zeffirelli – le quotazione del “Ghibellin fuggiasco” sembrano in evidente ribasso.
Eppure, io sono tra quelli che ritengono, anche a settecento anni dalla sua composizione, che il capolavoro dantesco può ancora parlare agli uomini del 2020, anche in tempo di corona virus, ed in fondo è lo stesso Dante a spiegarlo, in una lettera indirizzata, insieme al Paradiso, a Cangrande della Scala. L’Alighieri chiarisce al suo benefattore perché ha scritto la Commedia, affermando che lo ha fatto per scuotere i viventi dalla condizione di miseria, di peccato, di tristezza, e accompagnarli alla felicità e alla beatitudine. La Divina Commedia è stata scritta perché potessimo intraprendere il viaggio verso la felicità e la salvezza eterna. Dante, come fa dire a Cacciaguida, ha pensato a sé e a coloro che avrebbero chiamato il suo tempo antico, cioè ai posteri, cioè a noi. Inoltre, il Poeta mette subito in relazione la questione della bellezza con la felicità e, addirittura, con la salvezza eterna.
La missione di cui si sente investito è la testimonianza della verità non solo annunciata ma anche sperimentata. La cognizione di un simile compito lo spaventa, così come tutti noi siamo, talvolta, tentati di rifiutare l’incarico che ci è stato assegnato, accampando la scusa di non essere all’altezza, proprio come fa il Poeta all’inizio del viaggio. Virgilio, però, che è simbolo della ragione umana, nel canto II, lo persuade a intraprendere il cammino, rivelandogli che esso è voluto dal Cielo, ovvero che il suo operato è strumento e cooperazione del disegno divino che, tuttavia, non coarta, anzi esalta, l’intelletto umano. E quando già Dante si inoltra tra le sfere celesti, si ripresenta ancora la tentazione di non obbedire al compito assegnatogli. Accade nel canto XVII del Paradiso. Il trisavolo Cacciaguida scioglie le pregresse e misteriose profezie, preannunciando al pronipote la dura evenienza dell’imminente esilio: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Preso dal timore, Dante manifesta all’antenato le sue perplessità ed è di nuovo spronato a compiere la sua missione. Ancora una volta, il monito è rivolto a tutti noi, giacché la Commedia parla dell’uomo, della vita, e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione propri del genio. Se tutti siamo colpiti dalle struggenti parole di Francesca, dall’ardimento di Farinata, dalla passione di conoscenza di Ulisse, dal dramma terribile di Ugolino è perché il Poeta racconta storie che sono iscritte nel cuore dell’uomo di ogni tempo. La Commedia ci schiude una visione della vita e ci aiuta a comprendere l’uomo di oggi e quello di ieri. È come se avvertissimo una comunione universale tra i contemporanei e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità. Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimersi meglio di quanto non sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio nel viaggio sa intendere il discepolo meglio di quanto questi non conosca se stesso.
Il tema del viaggio è l’immagine della vita di ogni uomo. In Dante che, nonostante le fiere, vuole da solo salire il “dilettoso monte”, ciascuno di noi riconosce se medesimo. Dobbiamo sperimentare che da soli non riusciamo nell’ascesa e, come Dante, dobbiamo mendicare e invocare «Miserere di me». Per grazia, incontriamo una compagnia umana, ovvero riscopriamo la guida della ragione, che ci porta fuori dalla selva oscura, con cui poter intraprendere il viaggio di salvezza. Non c’è verso, nell’Alighieri, in cui non si respiri l’esperienza e la fatica di uomini che vogliono fare da soli e rifiutano la luce di Dio o di uomini che, invece, si lasciano abbracciare e si arrendono all’amore e alla grazia.
Così, quando nel canto III del Purgatorio, Virgilio è dispiaciuto per il rimprovero indirettamente mossogli da Catone, Dante esclama: «O dignitosa coscienza e netta / come t’è picciol fallo amaro morso», ovvero il Poeta dice che tanto più una persona è pulita nella coscienza tanto più si sente responsabile e peccatore. E più avanti scrive che i suoi piedi lasciarono andare la fretta «che l’onestade ad ogn’atto dismaga», sottolineando come la fretta tolga l’attrattiva ad ogni cosa bella. E come se il sommo Poeta volesse dirci: qualunque cosa tu faccia, falla bene, per non sminuirne la bellezza. E poi ancora leggiamo: «Perder tempo a chi più sa più spiace», cioè quanto più sei consapevole, tanto meno vuoi sprecare tempo. Una perla di saggezza dopo l’altra, massime che derivano dall’esperienza di vita dell’autore, che documentano e illuminano il nostro al di qua, prima dell’aldilà. Nello stesso canto, Dante sintetizza in maniera potente l’aspirazione dell’uomo a conoscere la verità e il mistero e ad un tempo la necessità della rivelazione: «Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone. / […] Se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria».
La Commedia è uno degli esiti più grandi e più belli che l’uomo abbia mai concepito. Charles Moeller scrisse addirittura che c’è una sola cosa che supera la magnificenza della Divina Commedia, ed è lo splendore dei santi, uomini e donne che hanno incontrato un ideale così grande che nel loro volto è come se trasparisse questa bellezza. Dio ci ha creati per il bello, per l’amore, per la felicità. La bellezza infonderà sempre quello stupore, trasmetterà sempre l’entusiasmo e la speranza che ci consentiranno di ripartire. Ricordo un film di Florian Henckel von Donnersmarck, Le vite degli altri, dove il protagonista lavorava nella Stasi, la polizia segreta della DDR, e controllava l’esistenza delle persone. A un certo punto, si trova a spiare la vita di un artista. A poco a poco, egli entra in crisi, osservando come questi viva in maniera diversa l’amore, l’arte, la musica. Finalmente esclama: «Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?». La vera bellezza porta al desiderio di cambiamento e alla voglia di essere migliori, come quando ci innamoriamo davvero di una persona. Ambiamo ad essere all’altezza di lei e desidereremmo essere migliori di quello che effettivamente siamo.
Ecco il motivo per cui conviene ancora oggi affrontare l’avventura del viaggio con Dante, anche se non bastano l’apparato critico, le note, la parafrasi. Dante stesso ce lo dice nel Convivio: un’opera di carattere sacro deve essere letta su quattro livelli: il letterale, l’allegorico, il morale e l’anagogico. Troppo spesso ci si limita nelle scuole a far la parafrasi del testo dantesco e a spiegare l’allegoria (il significato nascosto), senza la preoccupazione di intendere quello che Dante scrive per la nostra felicità (significato morale) e per la nostra salvezza (livello anagogico). Per ritornare a leggere la Commedia occorre un io che sia risvegliato e assetato di domanda di vita e di significato, che sia desideroso di «divenire del mondo esperto/ e de li vizi umani e del valore», che riscopra, come Ulisse, che la natura umana è stata concepita «per seguir virtute e canoscenza». Con buona pace del Profeta!
 FRANCESCO SAVERIO CALCARA
25-03-2020
Ripreso dal sito DANTE ALIGHIERI
previa autorizzazione
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